“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
L’idea secondo cui ci sono popoli destinati dalla natura, o dalla storia, a comandare e altri ad essere sottomessi ed obbedire, può portare ad agire con la convinzione di essere stati eletti dall’eternità a diventare padroni di altri. Abbiamo il dovere, quindi, di considerare il “Giorno della Memoria” come un segno per conoscere, testimoniare ma anche per non tacere e ricordare un’epoca il cui male ha rappresentato devastazione, distruzione e sistematica opera di morte. Ancora oggi si assiste ad un allarmante rafforzamento di ideologie xenofobe e razziste, sostenute da ignoranza, violenza, paura e, qualche volta, solitudine. Una presa di coscienza più completa diventa quindi premessa essenziale per non rivedere, nel nostro tempo, l’annientamento della società quale fu quello che generò l’Olocausto. La giornata del 27 gennaio celebra il ricordo collettivo delle vittime della Shoah, durante la persecuzione nazista, per essere un momento di riflessione su coloro, salentini compresi, che furono coinvolti nell’esodo giuliano – dalmata e nella tragedia delle foibe.
Per non correre il rischio di cadere nella retorica, qui si presenta un problema antichissimo che troviamo in Platone e Aristotele, e prima ancora in Socrate, che si domandavano se il bene ed il male fossero comunicabili soprattutto perché il male non abbia a ripetersi in futuro. Si tende, in genere, a dare una risposta positiva a questa domanda cruciale, che può apparire pure ovvia da un lato, ma che potrebbe restare dall’altro del tutto insoddisfacente. Infatti, se è scontato affermare che lo stermino nazista non è l’unico episodio di strage di innocenti e di violenza inaudita che la storia umana registri, tuttavia si tratta di prendere atto che la “soluzione finale”, rispetto a tutti gli altri crimini della storia, configura un tipo di crimine assolutamente inedito che lo rende incommensurabile nella sua singolarità ed unicità; un crimine che era rivolto ad estirpare dalla faccia della terra un intero popolo in quanto popolo. Nella storia umana, e in quella occidentale in specie, ci sono sempre stati stragi e assassinii di massa, guerre fratricide e violenze immani, ma non si è mai manifestata una volontà omicida e sistematica come quella hitleriana della “soluzione finale” di estirpare un popolo fino all’ultimo suo componente, vale a dire di proscriverlo dal pianeta Terra. Non si era mai manifestato un progetto criminale incentrato sulla pretesa di decidere quali uomini o quali gruppi hanno il diritto di abitare la Terra e quali no. Sotto questo profilo, la “soluzione finale” travalica i confini del diritto internazionale e, di conseguenza, va ben oltre la definizione dello hostis humani generis, dal momento che ripropone in termini nuovi il problema dell’unicità storica del genocidio. L’opposizione hitleriana agli ebrei è più che esistenziale per il fatto che nega preventivamente lo statuto stesso di “esistenza” agli ebrei e al popolo ebraico che, non a caso, dalla propaganda ufficiale vengono definiti alla stregua di “pidocchi”, “cimici”, “parassiti”. L’attenzione preminente che gli storici hanno dedicato alla “soluzione finale” ha fatto perdere di vista altri “fatti importanti dell’era nazionalsocialista” quali “l’eliminazione di “vite non degne di essere vissute”, con riferimento alle vittime di eutanasia in particolare per i malati di mente. Tocca naturalmente agli storici sviluppare e approfondire questo tipo di analisi per non rinviare ogni interrogativo alla “antropologia, alla sociopsicologia e alla psicologia individuale”, non evitando di accennare ai rapporti tra capitalismo industriale tedesco, ideologia nazista, dominio militare ed economico in Europa e progetto di riduzione in schiavitù dei popoli slavi o inferiori come miniera di lavoro a basso prezzo.
Ora non guardo più il mondo con occhi vergini. Lo vedo inquadrato in una immensa varietà di costumi, istituzioni, modi pensare che mi spingono a rivisitare la storia del mio adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della comunità in cui vivo. Anche per questo, ragionando e scrivendo, mi sforzo di analizzare fatti importanti che complicano la nostra vita. Se trovate nelle note qualche ostentazione di erudizione, lapidatemi. Oppure ditemi, ciò che potrebbe farmi anche più dispiacere, che sono diventato vecchio. Faccio il possibile perchè non me lo diciate e perchè facciate buon viso a quanto esprimo.