Guardando il mondo da angolazioni diverse spero di acquisire una capacità di adattamento che potrà essermi preziosa in ogni situazione.
SVENTURATI
“QUI NATUS EST INFELIX, NON VITAM MODO TRISTEM DECURRIT, VERUM POST OBITUM QUOQUE PERSEQUITUR ILLUM DURA FATI MISERIA”.
(FEDRO).
“Chi è nato sfortunato, non solo conduce una vita grama, ma anche dopo la morte è perseguitato dalla perversità del suo duro destino.”
“Galli Cybebes circum in questus ducere asinum solebant, baiulantem sarcinas. Is cum labore et plagis esset mortuus, detracta pelle sibi fecerunt tympana. Rogati mox a quodam, delicio suo quidnam fecissent, hoc locuti sunt modo: “Putabat se post mortem securum fore: ecce aliae plagae congeruntur mortuo!”
I Galli di Cibele solevano portare in giro per la questua un asino, che portava some. Essendo questo morto per la fatica e per i colpi, tolta la pelle si fecero un tamburo. Interrogati poi da uno, cosa avessero fatto al loro amore, parlarono in questo modo: ”Pensava che sarebbe stato sicuro dopo la morte: ecco altri colpi vengono dati al morto”.
Sentenza verissima che un proverbio popolare molto espressivo traduce: “ A chi è nato disgraziato, tutti i cani gli pisciano addosso”. Più pulitamente, ma con minor calore, il Rigutini:
“Chi nacque sventurato,
Non sol vive meschino,
Ma dopo morto ancora
Lo persegue il rigor del suo destino”.
CONTRARIA CONTRARIIS
“CONTRARIA CONTRARIIS CURANTUR”.
È un principio della cosiddetta medicina allopatica o classica risalente a Ippocrate e Galeno, che il fondatore dell’omeopatia, Samuel Hahnemann, attribuì come fondamento della medicina convenzionale del XIX secolo coniando il termine allopatia, in contrasto con il principio filosofico del similia similibus curantur che ispirerebbe l’omeopatia. (Le malattie si guariscono con rimedi simili). Insomma, mettendoli insieme, ciascuno può fare come vuole.
OCCORRE CAMBIAR REGISTRO
La conoscenza a fondo delle esigenze del nostro territorio e del nostro paese che farebbe avvertire le ansie della gente, l’opinione di concepire e far concepire la politica come una forma alta di condotta ed onestà insieme con l’arte della mediazione e dell’accordo che evita contrapposizioni esagerate e possibili furiosi contrasti, da tempo, mi sembra, siano state sostituite da strumenti deteriori per superare alla meno peggio interessi di parte che impediscono ai più deboli di essere mortificati dai più potenti senza, pertanto, raggiungere risultati di equilibrio salutari e compensativi.
Ci manca un magistero politico, sociale, morale, necessario ed indispensabile che andrebbe ripreso alla grande, tenuto conto degli attuali tempi che viviamo, scarsi di luce, pieni di oscurità, traboccanti di avventurismi di ogni genere. Se a questo aggiungiamo la eccessiva frantumazione di forze politiche e sociali con una concorrenza tra probabili candidati che non consentono certo lodevoli intrecci competitivi, con continua crescita dei costi delle campagne elettorali che penalizzano chi si mantiene in gara con intenti di assoluto ossequio all’onestà e alla parsimonia, ancor più vediamo aumentate le dinamiche governate dalla fragilità umana e di conseguenza soggette a degenerazioni e a pratiche ingiustificate. Si può restare inerti e scoraggiati spettatori senza prevedere eventi che sicuramente non potranno essere positivi?
Ci dobbiamo porre il quesito perciò, si d’ora, di come una forza politica o una coalizione possa, con serietà, con senso del presente e del futuro, con essenzialità e priorità di traguardi, rappresentare il suo bagaglio di realistiche intenzioni operative nel momento in cui chiede fiducia agli elettori e si pone come forza di governo della città. Questo aspetto è, al momento, difficile da decifrare e da discutere, apparendo i partiti tradizionali, sul piano delle scelte fondamentali, anoressici e ormai scarni di ideali e di perspicacia. A loro volta nuovi partiti di “antipolitica”, con l’atteggiamento di coloro che si oppongono alla politica giudicandola solo come esercizio di potere e, quindi, agli esponenti politici, ritenendoli dediti a interessi personali e non al bene comune, in realtà, proclamando la propria contrarietà alla politica, fanno necessariamente la loro politica. Mi domando, in tale scenario confuso, come reagirà la gente minuta e comune. Vale, senza dubbio, il proverbio antico che dalla testa imputridisce il pesce e non solo il pesce?
Sono ormai inutili le giustificazioni, tardive e contorte di molti che, comunque, non possono affievolire il rammarico di constatare, giorno dopo giorno, la tendenza che dimostrano essere personaggi “fuori fase” con discorsi ed interviste che hanno poco di buon senso politico e di responsabilità idonea a governare, in quanto sono improntate al cattivo gusto e alla provocazione sfacciata. Forse che le radici culturali di ciascuno sono altrove e derivano da una logica secondo cui si ritiene essere padroni assoluti, praticando il comando unico e richiedendo supina acquiescenza e sentirsi, in tutto e per tutto, i primi della classe per fare e disfare a piacimento? Non mi sembra che siffatta mentalità possa conciliarsi con una raffinata vocazione politica di alto livello e con il rigore di regole costituite, quali dovrebbero essere quelle di una Comunità democratica. Può anche darsi che quanto accennato rappresenti soltanto una svista di chi, carico di anni, crede davvero che la gente sia ormai satura di notevoli gracilità indistinte e voglia riscoprire più solidi nessi associativi rispetto al traballante “nuovismo”, fine a se stesso, con una cocciuta esclusione del passato. Ma tale tribolazione dell’attuale società andrebbe capita e affrontata prima che sia troppo tardi nel riprendere alcuni valori essenziali. A tal proposito chi non ricorda la graziosa favola delle Colombe che, per evitare ogni pericolo, creano il Nibbio loro re, il quale, montato sul trono incomincia a mangiarsele saporitamente ad una ad una? Merito plectimur : “Ce la siam voluta!”, dice una delle rimaste; ma ormai era troppo tardi. “Del senno di poi sono piene le fosse”. Quindi importantissimo il monito riportato da Fedro, che il Rigutini traduce:
“Chi per difesa all’improbo è ricorso,
Trova rovina ove sperò soccorso”.
QUI PRETIUM MERITI AB IMPROBIS
“QUI PRETIUM MERITI AB IMPROBIS DESIDERAT, BIS PECCAT” (Fedro).
Chi vuole farsi pagare i favori fatti ai cattivi, sbaglia due volte.
È la morale della favola esopiana il Lupo e la Gru.
Il lupo con un osso infilato nella gola prometteva un premio a chi glielo avesse estratto: l’ingenua gru gli fece la pietosa e difficile operazione; ma quando chiese una ricompensa si sentì rispondere: “Ingrata, dopo aver ritirata la testa incolume dalla mia bocca hai ancora il coraggio di fare simili richieste ?” Morale: “Dispicca l’impiccato, e impiccherà te!”
COSA VORREBBERO SAPERE GLI ELETTORI
Mentre ci si avvia al voto amministrativo del 6 e 7 maggio – senza attendere miracolismi o promesse di salvezza che hanno un grande effetto ma un povero contenuto – sarebbe interessante conoscere dagli schieramenti di centrosinistra e di centrodestra che cosa si può fare, innanzi tutto, per bloccare alcuni sperperi di denaro pubblico e per adeguare le condizioni di vivibilità economica e sociale di gran parte di noi tormentati dall’impatto di sofferenze individuali e di disordine sociale che potrebbero dar luogo a successive reazioni. Non avendo paura del futuro risultato delle elezioni e delle consequenziali conclusioni, ci sarebbe da augurarsi che le frequenze elettorali, ai vari livelli, soccorrano a rendere più scorrevole la dinamica della normalità democratica, consentendo utili ricambi e, soprattutto, corroborare le responsabilità popolari. Anche quando, per vari interessi, non si spiegano alla gente i meccanismi elettivi, i suoi relativi espedienti difficili e intricati, più attenzione ci vorrebbe, nelle scelte da parte di chi vota, per poter raddrizzare al meglio quanto sul piano legislativo si è articolato al peggio. In attesa del voto, risulta difficile, al momento, prevedere quali possano essere, nel tempo prossimo, le conseguenze dello scompiglio di questo paese che, di certo, sta incassando malumori, diffidenze e aggregate sofferenze mentre si rincorrono le abbondanti dichiarazioni pre-elettorali, trionfalismi fuori misura, cartelloni alla grande, a cui si aggiungono aspre e rituali critiche da parte del centro destra e centro sinistra che insieme non navigano in acque tranquille. Andrebbe anche moderata l’ottimistica magniloquenza delle “primarie” che, espresse in alto e in basso, si vorrebbe far assurgere all’impianto di un laboratorio tale da far maturare storiche svolte di fare politica. Un richiamo appropriato e lucido da non dimenticare, imporrebbe svolte e richiederebbe di sgomberare, dal nostro vivere civile e dalla nostra quotidianità, visuali ristrette, fallaci individualismi, arroccamenti nei confini nostrani, assurde chiusure al dialogo e, soprattutto, disconoscimenti del nostro prossimo, che è sempre tale, lontano o vicino che sia. Attualmente conforterebbe sapere se alla devastante onda anomala può seguire una benefica onda lunga di condivisione che ponga a nudo alcune necessità di unione e di vigilanza. Noi cittadini non possiamo pretendere doti di assoluta perfezione da parte dei politici, persone umane soggette ad errori e insufficienze, ma è d’obbligo pretendere che il rappresentante esprima in sé e testimoni agli altri un modello esemplare di comportamenti, arricchito da seria formazione e valida preparazione. In conseguenza, scartiamo le improvvisazioni, le superficialità e le tracotanze. Non perdiamo il nostro tempo nella stringente morsa degli eventi ed adoperiamoci, con serena fermezza, a garantirci una ricostruzione dei nostri diritti quale ristoro alle sofferenze e mortificazioni sinora subite. Teniamo allora presenti tutte le circostanze e, come scolari, imbastiamo la trama di un componimento o se si vuole l’istruttoria che precede il processo che fonda le sue ricerche sulla base di queste sette circostanze: “Quis; Quid; Ubi; Quibus auxiliis; Cur; Quomodo; Quando?”
In altri termini: Chi; che cosa; dove; con quali mezzi; perché; in qual modo; quando? Insomma, considerare: quis (la persona che agisce); quid (l’azione che fa); ubi (il luogo in cui la esegue); quibus auxiliis ( i mezzi che adopera nell’eseguirla); cur (lo scopo che si prefigge); quomodo (il modo con cui la fa); quando (il tempo che vi impiega e nel quale la compie). Abbiamo quindi bisogno che le organizzazioni politiche e sociali riacquistino una maggiore presenza seria sul territorio e si facciano carico direttamente dei problemi più complessi della comunità. Se non ci prodigheremo in questa direzione è chiaro che il paese, nonostante si facciano interventi parziali nei vari settori, andrà sempre più ad impoverirsi ed a spopolarsi. In tale situazione non porterà alcun giovamento una campagna elettorale che potrebbe essere condotta in maniera esasperata e scorretta.
QUI FERT MALIS
“QUI FERT MALIS AUXILIUM, POST TEMPUS DOLET”. (Fedro).
Chi aiuta i malvagi, alla fine avrà a dolersi.
E’ la morale della notissima favola del villano che riscaldò la vipera in seno e, per ricompensa, ne fu morsicato ed ucciso. V’è anche un proverbio:
“Nutri la serpe in seno,
Ti renderà veleno”.
Ed un altro proverbio dice: “L’asino, quando ha mangiato la biada, tira calci al corbello”.
“STULTORUM INFINITUS”
“STULTORUM INFINITUS EST NUMERUS”.
(Ecclesiaste, I, 15).
Il numero degli stolti è infinito.
E’ una delle tante profonde sentenze di Salomone, che il Petrarca traduce alla lettera:
“Infinita è la schiera degli sciocchi”. (Trionfo del tempo,84)
In altre parole le menti elette sono poche, i fatui sono legione. Quindi torna opportuno il monito del Petrarca:
“Seguite i pochi e non volgar gente”.
Oggi il popolo, privo di buon senso, si fa difensore del suo stesso male.
Così capita come nei comizi, quando a meravigliarsi che certuni siano stati eletti pretori sono gli stessi che li hanno votati, una volta che il favore popolare (che è mutevole) è cambiato.
Approviamo una cosa e la disapproviamo subito dopo: ecco il risultato di un parere espresso in base all’opinione della maggioranza.
(Lucio Anneo Seneca De vita beata, I, 5).
MENS AGITAT MOLEM
“MENS AGITAT MOLEM”.
(Virgilio, Eneide, VI, 727).
Lo spirito vivifica la materia.
Concezione panteistica secondo la quale l’universo sarebbe animato da un principio intrinseco che darebbe forma e moto agli enti. Oggi, però, si adopera con significato sostanzialmente diverso, per esprimere la supremazia e le vittorie dello spirito sulla materia bruta la quale, spesso, resiste alle intenzioni ed agli ideali dell’artefice:
“Vero è che (come) forma non s’accorda
Molte fiate all’intenzion dell’arte
Perch’à a risponder la materia è sorda”.
(Dante, Par.,I, 127)
COMUNITA’ DEPRESSA E FRAGILE



















